Voglio avere paura (?)

Quando ero ragazzina adoravo gli horror. Li guardavo e riguardavo, anche da sola. Ero un’esperta. Raccontavo trame precise al dettaglio a chi si era perso le ultime terrorizzanti chicche.
Non è una cosa sorprendente: avendo lavorato molto con gli adolescenti, so che è una cosa del tutto normale.
Chiedete a un qualsiasi tredicenne, maschio o femmina che sia, quale genere cinematografico preferisca e vi risponderà “horror”.
Il motivo, se si è studiata un po’ di psicologia, è abbastanza evidente: gli adolescenti hanno bisogno di emozioni forti e di provare una paura che venga immediatamente rassicurata. È il segreto dei racconti paurosissimi che si fanno agli amichetti di notte e una reminiscenza delle favole che si ascoltavano da piccoli: sono terrorizzato ma niente di tutto questo può farmi del male perché relativo alla sfera della finzione.

Appena poco più che bambini non si è pronti per il sesso, ma l’horror è quanto di più vicino al sesso qualcuno ci possa offrire: si tratta di un mondo emozionante, pericoloso, spaventoso, diverso, inedito e lontano. Per questo se andate a vedere un film horror al cinema probabilmente vi ritroverete nella sala con un centinaio di ragazzini che vi faranno impazzire facendo un’unica cosa per tutto il tempo: ridacchiare. E sapete perché? Perché si cagano nelle mutande.

I ragazzini ridono in modo isterico davanti a due cose: la scena di un bacio o di un approccio sessuale o quella di uno squartamento/accoltellamento/supermegagigantespavento. Lo fanno perché sono in imbarazzo.
Nel primo caso non vogliono ammettere di essere in imbarazzo, nel secondo di avere paura. E quindi ridono esorcizzando la paura, di una cosa e dell’altra.

Morale: da ragazzina ero patita di horror, poi sono cresciuta. E, un po’ come tutti, sono cresciuta poco, mantenendo dentro di me quella sfera infantile che fa di noi quello che eravamo. E gli horror hanno continuato a piacermi, anche se sono improvvisamente diventati quello che in realtà erano sempre stati: un prodotto generatore di ansia.

Ho capito che ero diventata davvero adulta quando, dopo più di una decade di visioni di orrori vari presi finalmente per quello che erano (ridicolaggini, sangue e colpi di scena) mi sono ritrovata a dire: “per fortuna lo abbiamo visto di pomeriggio”.

Era il periodo della svolta dell’horror giapponese, quella che mi fece pensare: porca miseria, questi sono capaci. Capaci di farti paura, di nuovo, davvero.

Da lì in poi è stato tutto un bivio: questo è un horror per adolescenti o uno di quelli in cui te la fai addosso davvero?
Meglio: questo è un horror idiota di quelli di cui io, adulta con capacità critica, posso ridere scuotendo la testa o una cosa seria di quelle che mi causeranno un’ansia tale per cui durante la visione passerò il tempo chiedendomi “perché mi sto facendo questo?”
Sì, perché ormai è passato il tempo in cui in gita ci si metteva lì e si partiva con i “racconti dell’orrore”.
Ora c’è la consapevolezza dell’ansia: è una bella responsabilità verso se stessi.

Per questo io ho una regola: gli horror fatti bene si guardano solo di pomeriggio, quelli imbecilli al cinema coi ragazzini. Di più: gli horror si guardano in compagnia, ché da soli sostenere l’ansia è quasi impossibile.

Quindi, voi credete di aver capito tutto, ma sappiate che vi sbagliate di grosso.

Ve ne accorgerete quando una domenica pomeriggio, facendo i brillanti, preparerete i pop corn  e vi appresterete a vedere un horror di quelli veri, quelli adulti, quelli che da ragazzini guardavate trenta volte, da soli. Sarà un horror giapponese, o più probabilmente della nuova scuola spagnola. E a un certo punto, quando sentirete l’ansia salire e salire e vi starete chiedendo di nuovo “perché, perché mi sto facendo questo?”, una voce onesta di fianco o dentro di voi dirà: “Metti in pausa, non ce la faccio”.

Capirete in quel momento di essere diventati veramente adulti, e di non dover più dimostrare niente a nessuno.

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