Un amore di plastica

Qualche giorno fa sono comparse online le foto del matrimonio di Barbie.
In un’estate che ha visto sposarsi due Kate e una Charlene, Beatrice de Guigne, fotografa di matrimoni non particolarmente talentuosa, s’inventa un evento per la bambolina bionda e finisce in rete un po’ ovunque.
Gli scatti seguono, ovviamente, tutti i cliché dell’album fotografico matrimoniale, per questo funzionano più delle sue immagini realizzate con le persone in carne e ossa: il corpo di plastica di Barbie riesce, paradossalmente, a essere più espressivo e ironico di quello di alcune sposine fotografate nel loro “giorno più bello”.

Così mi è venuto in mente che parecchi anni fa, per lavoro, ho preso un treno da Londra per raggiungere Castle Cary, un paesino della campagna inglese di quelli dove ci sono tanti polli e un solo pub.
Lì mi aspettava una illustratrice, Nancy Farmer, che aveva deciso di trasformare parte della sua casa in un piccolo set per le bambole più vendute al mondo. Preparava tutto, dalla location ai vestiti di scena. Vestiti cuciti da lei. Vestiti molto molto succinti. Vestiti di cuoio.

Barbie si trasformava così, da ragazza della porta accanto e fidanzata perfetta, in una specie di mistress impietosa, pronta a sottomettere gli altri con tutte le armi e i soprammobili in suo possesso.

E io, mentre entravo con l’obiettivo della telecamera fin dentro le torbidità della mente umana, pensavo che in fondo, sì, le barbie non erano nate per altro che per quello. Altro che vestiti, altro che casa con l’ascensore, altro che scarpine e frigoriferi e cibo finto. Quelli erano oggetti meravigliosi che facevano da contorno a un trampolino che serviva al raggiungimento di un unico scopo.

Sì, perché diciamocelo, quando si giocava con le barbie, non c’era una sola storia che non finisse così. Intendo dire, non proprio in quel modo lì, ma ci sarà un motivo se si passavano le ore in compagnia di una, due, dieci bambole americane e di tutte le storie inventate io ricordi solo che si partiva sempre con i fondamentali della sceneggiatura (caratterizzazione del personaggio) e si finiva sempre con i fondamentali della vita (copulazione del personaggio). Era ovviamente tutto rarefatto e incerto –  non sapendo noi una mazza di come funzionassero le cose – fatto sta che a dodici anni non t’inventi di certo la storia di quella in carriera che lascia il fidanzato per seguire il suo sogno nel cassetto, e se lo fai sai benissimo che è solo un elemento funzionale, un capitolo intermedio tra l’inizio e il grande finale: quello in cui finalmente i due s’innamorano e si mettono insieme. Così poi si archivia tutto e si può partire con una storia nuova.

Eravamo bambine romantiche e fantasiose, ma più di ogni altra cosa eravamo ignare di avere a che fare con un bambolotto gay. Forse per quello io Ken non lo sopportavo. Lo guardavo con sospetto, non me la contava giusta, così biondino e pettinato.

In fondo non volevo lui per la mia barbie, sapevo che non era quello giusto, per quello mi ostinavo a cercare di farla innamorare di un altro personaggio plasticoso che avevo nel baule: Fonzie. Eppure tutte le mie amichette ripetevano che non potevo, perché Barbie doveva stare con Ken, che era così, era deciso così, funzionava così.

Io non mi arrendevo.
Fonzarelli era una sorta di evoluzione di un qualsiasi Big Jim, aveva il giubbotto di pelle nera e la maglietta bianca e quando gli schiacciavi il tasto sulla schiena tirava su i pollici come per fare “hey”. Lo adoravo. E a Barbie stava benissimo quel giubbotto di pelle, ma alla lunga, nell’arco della sceneggiatura improvvisata, dovevo rassegnarmi al fatto che rispetto a lei lui fosse decisamente un nano. A volte lo mettevo in piedi sul letto della bionda perché potessero baciarsi. Era avvilente. Eppure non demordevo. Nella mia testa era già chiarissimo che l’amore non conosce ostacoli e convenzioni.

E voi state qui a parlarmi di matrimoni e bambole sadomaso. Provate voi a far innamorare Barbie di un giocattolo a caso, che ne so, di un teletubbie, uno skeletor, un minipony.

Le mie barbie sì che erano delle vere anticonformiste.

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