Sei il vincitore numero 1000000

Ho un problema: non riesco a entrare in competizione.
Non entro in competizione con le persone con cui lavoro, non entro in competizione con le persone che amo, non entro in competizione con gli altri, in generale.
E non lo faccio perché sono buona, lo faccio perché mi viene così. Sono fatta così.

Non ho tempo da perdere io, ad affannarmi per vincere qualcosa. Io non mi danno, non scalpito, non schiaccio gli altri, non mi prendo gioco di loro. Non muovo carte, pedine, cuori.

Ho visto donne rendersi ridicole e umiliarsi e arrivare a punti di crudeltà talmente patetici da perdere la partita solo partecipandovi.

Quando gli altri entrano in competizione io faccio sempre un passo indietro. Faccio un passo indietro e li guardo perdere mentre loro sono convinti di vincere. Mi allontano dando le spalle a un campo da gioco in cui non entrerò mai.

Succede anche con gli uomini.

Diversi anni fa io e un tizio prendemmo una mezza sbandata. La situazione era un po’ particolare e la cosa restò per mesi in sospeso fino a quando decisi che era troppo faticoso giocare al gatto e al topo in quel modo, e ci diedi un taglio. È che non dissi nulla. Dal momento che non c’era una storia, non capivo perché mai avrei dovuto comunicare il mio disinteresse ad averne una. E, come spesso succede agli essere umani, immediatamente diventai imprescindibie. Era impossibile agli occhi di quella persona che io stessi davvero “andando via”. La faccio brevissima (anche perché amo mantenere la privacy altrui, oltre che la mia): diventò così meravigliosamente insistente che l’unico motivo per il quale finalmente cedetti fu togliermi per sempre il dubbio che tra la gatta morta e il gatto morto l’unica differenza risieda nel cazzo. Ciò nonostante, come potete immaginare, quello è l’ultimo dei problemi. Il primo è quando un uomo orgoglioso entra in competizione con te e decide di fartela pagare perché osi abbandonare il campo. Perché nessuna prima di te lo ha mai fatto.

Preparò quindi una specie di gioco all’attacco che inizialmente trovavo molto divertente e che ero convinta di saper gestire. Mentre lui andava dritto per la sua strada con un unico obiettivo, che conseguì: mi innamorai di lui. Ma non smisi di osservarlo. Perché era chiaro che tutto quello che stava facendo lo metteva in atto con uno scopo: vincere la partita anche a costo di schiacciarmi. Così presi tutto il mio buon senso e decisi che non ci stavo. E mentre uscivo ammaccata, con il mio istinto di sopravvivenza in spalla, lui giocò la carta più imbecille della storia: mettermi in competizione con altre donne. Non valsero più, così, le attese sotto casa, i romanticismi, i “sei la donna più importante della mia vita”. Avvolta nello squallore di aver partecipato a un meccanismo così banale e di esserci caduta come una qualsiasi Madame de Tourvel, semplicemente mi tolsi di mezzo.

Ricordo che ero talmente affranta e incazzata con me stessa per quello che aveva cercato di farmi che mi scesero le lacrime in metropolitana. E dato che ero nella città europea più romantica del mondo pensai che forse quella era l’unica cosa che potesse caricare tutta la faccenda di una struggente e drammatica dignità. Avevo il cuore a pezzi e lo avevo permesso io.

Così quando mi chiedono perché sto ferma e non faccio niente io rispondo che entro in competizione solo con chi se lo merita.
E, a dir la verità, al momento, non ne è mai valsa la pena.

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