Ti racconto un segreto

Stasera un’amica mi ha chiesto perché la gente non sia più in grado di custodire un segreto. E a me è tornata in mente una cosa a cui ho ripensato, dopo anni, pochi giorni fa.

Quando abitavo a Bologna c’era un segreto ben riposto nelle mente di tutti i giovani più o meno sfaccendati che gravitavano in bicicletta intorno a una città allora bellissima. I ragazzi, soprattutto, lo conoscevano bene, e di certo se lo tramandavano gelosamente perché sarebbe stato un errore gigante perdere l’opportunità di sorprendere qualcuno (o meglio, qualcuna) in un modo così pazzesco.

Non dev’essere sembrato vero, la prima volta. Una stramaledetta fortuna. Una bacchetta magica che anche se eri l’ultimo degli incapaci ti trasformava nel primo tra i romantici. Un biglietto di solo andata per l’agognato “questa sera ce la faccio” (per usare un eufemismo). Una semplice finestrella di legno.

Qualche sera fa, in un bar di Milano dove non entravo da un numero imprecisato di anni, ho parlato con un ragazzo che come me ha studiato a Bologna. Non che sia poco frequente trovarne, ma la nostra differenza di età (differenza per altro evidenziata in uno dei modi più diretti e piacevoli che mi siano mai capitati) ha fatto sì che lui iniziasse l’università più o meno quando la finivo io. Un dato rilevante, perché mentre stavamo parlando di quanto fosse fastidioso ora tornare in quella città così diversa, io ho pensato “e tu non hai mai visto la finestra”.

Stavo per dirglielo, ma forse ci siamo persi in qualcos’altro, forse io mi sono messa a pensare che l’avevo vista per la prima volta con un ragazzo che era nato nella sua stessa regione, forse non volevo interromperlo, non ricordo, fatto sta che non gliel’ho detto. Non gli ho detto che lui di certo aveva perso una cosa che, invece, avevo visto io. E che era bastata quella e la sua improvvisa assenza a farmi capire che tutto sarebbe cambiato.

La prima volta che mi ci portarono era notte fonda. Io e le mie amiche a quei tempi giravamo sempre con dei ragazzi che, come noi, abitavano insieme. Vivevano in una casa in via dei lamponi (ora voi ditemi come fa una a non innamorarsi di una città che partorisce una via dei lamponi).

Eravamo arrivate da pochi mesi a Bologna e già ci sembrava di conoscere tutto, mentre vagavamo per le strade come se fossero casa da sempre.
All’improvviso uno dei ragazzi si staccò dal gruppo e mi disse “vieni”.

Mi portò in una via davanti alla quale ero passata decine e decine di volte andando all’università, e mi mise davanti a una piccola e vecchia asse quadrata di legno in mezzo a un muro.

“Aprila”

Siccome era una cazzone, io lì per lì mi cagai sotto. Era molto buio ed ero certa che volesse farmi paura in qualche modo. Che diavolo potevano aver chiuso dietro a quell’anta di legno? Quale porcheria? Non mi fidavo.

“No”
“Aprila. Non succede niente”
“No, aprila tu”
“Devi aprirla tu perché è una cosa bella”

La aprii.

Dall’altra parte c’era l’incredibile.

Un canale, delle case che spuntavano intorno, dentro, perfette e decadenti come in una sorta di presepe cittadino illuminato dalle luci gialle di Bologna. E il rumore dell’acqua che scorreva, di notte. Noi in silenzio. Io travolta dalla visione.

“La chiamano la Piccola Venezia”.

Ecco, diciamo che a me si allargarono gli occhi così tanto che quando mi voltai mi resi conto che era impossibile che lì non si fossero dati un bacio almeno un milione di persone, anche solo per riconoscenza.

Non accadde quella sera, ma diciamo che fu un buon inizio.
Quando ripassai da Bologna, tempo dopo la mia laurea, provai una delusione cocente nel momento in cui, tornando verso la stazione a piedi, vidi che la Piccola Venezia era stata aperta. Quello che per molti doveva essere un gesto d’amore verso la città, per me era uno scempio assurdo. Una violenza.
Aperta.
Aperta a tutti. Niente più segreti. Niente più romanticismi. Via la finestrella, abbassato il muro. Quel segreto, a disposizione.

Ecco, per me Bologna ha smesso di essere Bologna quel giorno.
La città dove ho imparato a diventare adulta era diventa come noi, adulta. E presuntuosa.
Come quelli che non sanno mantenere un segreto, quelli che vogliono tutto subito, quelli che dev’essere tutto aperto, anche la domenica. Tutto a disposizione, tutto online, tutto per tutti, perché sia tutto per noi.

Quella sera, a quel ragazzo di Genova, avrei potuto raccontare questa storia, ma forse non l’avrebbe capita.
Perché lui la finestrella di legno non l’ha mai potuta aprire.
Avrebbe così avuto un motivo in più per sentirsi tradito da Bologna e io un motivo in più per ricordarmi il momento in cui ho definitivamente deciso che bisogna avere rispetto dei segreti.

10 pensieri su “Ti racconto un segreto

  1. Letto tre volte con lo stesso crescendo di emozioni. Stupenda foto in bianco e nero della Bologna che conoscevo, cosi` bella che tanto non riusciremmo a raccontarla a nessuno, tranquilla.

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  2. Letto tre volte con lo stesso crescendo di emozioni. Stupenda foto in bianco e nero della Bologna che conoscevo, cosi` bella che tanto non riusciremmo a raccontarla a nessuno, tranquilla.

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  3. Indovina dove mi ha portato, la prima volta a Bologna insieme (o forse la seconda, dopo l’inizio della storia), il qualcuno con cui sto ancora adesso. Anche per me è un sacrilegio, sì. Ci hanno ucciso la poesia.

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  4. Indovina dove mi ha portato, la prima volta a Bologna insieme (o forse la seconda, dopo l’inizio della storia), il qualcuno con cui sto ancora adesso. Anche per me è un sacrilegio, sì. Ci hanno ucciso la poesia.

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  5. Spero che la gente che è passata di qui, e non conosceva la storia della piccola venezia, non l’abbia poi cercata su internet. Spero che si sia tenuta la curiosità e la voglia di andare a vedere di persona per provare anche solo a immaginare cosa significasse quella sorpresa. Io, invece, ho controllato e sperato che almeno quel muro di via piella, ormai bucato da un quadratino, fosse sfuggito a google street view. Non è così. Ma anche per chi ci è stato, grazie al dio della pianificazione urbanistica, risulta difficile trovarla muovendosi avanti e indietro, tra le colonne e lo zoom. È già qualcosa.

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  6. Spero che la gente che è passata di qui, e non conosceva la storia della piccola venezia, non l’abbia poi cercata su internet. Spero che si sia tenuta la curiosità e la voglia di andare a vedere di persona per provare anche solo a immaginare cosa significasse quella sorpresa. Io, invece, ho controllato e sperato che almeno quel muro di via piella, ormai bucato da un quadratino, fosse sfuggito a google street view. Non è così. Ma anche per chi ci è stato, grazie al dio della pianificazione urbanistica, risulta difficile trovarla muovendosi avanti e indietro, tra le colonne e lo zoom. È già qualcosa.

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