American Sexy Story

Ok, American Horror Story spacca. Ormai lo abbiamo stabilito. Se deve arrivare ancora qualcuno a confondere le citazioni con i cliché che passi oltre e si guardi Malattie Imbarazzanti.

Io ormai sono fan. Trascinata dalla voglia oggi sono riuscita a recuperare due puntate nonostante il pomeridiano buio invernale (chi mi conosce sa come la penso in merito). E alla fine sono rimasta qui con l’acquolina in bocca, nell’attesa e nel desiderio così prepotente di averne ancora che se mi gira la settimana prossima me lo guardo al buio, apro una bottiglia di rosso e per esagerare accendo pure il camino, neanche mi dovessi preparare a un inevitabile incontro di corpi.

E questo perché oggi mi sono resa conto – mentre consideravo che, nonostante non sia il suo scopo, American Horror Story ha il dono di farmi riflettere sulla vecchiaia e sullo sfioriore della bellezza – del fatto che la vera dote che ha la serie non è l’horror fatto bene, bensì l’erotismo fatto bene.

Le protagoniste, tutte, portano addosso naturalmente le loro qualità intrinseche fatte di indole e fisico. Per questo anche le più belle possono concedersi di risultare vecchie, anzi, di esserlo davvero.

La serie dà a noi donne una speranza che va al di là dell’anagrafica (anche al di là della vita e la morte, a dire il vero, ma oggi non sono qui per parlare di sceneggiatura e metafore).

Il trucchetto di American Horror Story sta, quindi, nel non aver inserito nel racconto una sola donna che non trasudasse un erotismo palpabile. Una sensazione che investe lo spettatore fin dalla prima puntata. Anche se non proprio consapevolmente. Noi, così interessati a vedere quanto c’era di Shining e quanto di The Others, c’eravamo persi qualcosa. Certo di sesso in un modo o nell’altro si parla da subito. Come dicevo qualche settimana fa altrove, non importa chi tu sia, se madre di famiglia, omosessuale deceduto o vergine adolescente, in American Horror Story, se entra in casa tua un uomo completamente inguainato in una tuta di latex nera, che t’impedisce di vederne anche gli occhi, tu te lo scoperai. Anche se ti fa paura tutto, quello con la tuta di lattice comunque prima o poi te lo scopi. Bizzarro, ma inevitabile.

Ma questa strana dimensione di erotismo che ammanta tutto, in realtà, non è affidata all’immaginario sadomaso, piuttosto è merito di due elementi fondamentali. Il primo è quello legato al ricordo della meraviglia che era Jessica Lange (state pensando al tavolo di quella cucina, lo so) e della meraviglia che continua a essere a sessant’anni suonati. Il secondo è delegato al personaggio di Moira, interpretata dall’eccezionale Frances Conroy (che mi destabilizza ogni volta che appare sullo schermo, non tanto per l’occhio di vetro, quanto perché l’idea di vederla recitare in tre delle mie serie preferite mi dissocia: ma come non sei proprio quella lì? Allora è tutta finzione!) e che nella versione giovane e provocante di Alexandra Breckenridge è talmente erotica che vorresti essere un uomo solo per vedere quanto ci sa fare (sfido chiunque a dimenticare come sia indispensabile trovare una donna che sappia lavare per bene il pavimento, dopo aver visto il terzo episodio).

Dietro di loro, uno stuolo di altri personaggi femminili che tutto reggono. E tutto reggono grazie alla sessualità.

Connie Britton, la moglie tradita, è una donna vera, con rughe portate perché si deve, ma un corpo presente e consapevole. Parla lentamente, con una voce calda e sussurrante che è più vicina alla noia che a un richiamo all’amplesso, non fosse che pure lei, proprio per questo, alla lunga la vuoi punire e infilare in un letto a trombare il nerissimo guardiano di notte, che adesso che ci pensi non hai mai avuto una passione per i neri ma questo qui porca miseria.

Anche l’adolescente Violet ha la sua sessualità fatta di non sessualità: cosa c’è di più erotico di una vergine, suvvia, non devo mica raccontarvelo io.

Per non parlare di Hayden, la studentessa che non conosce altro modo che il sesso per ottenere quello che vuole.

Insomma, non ce n’è: in American Horror Story gli uomini non esistono. A loro sono destinati i ruoli dei reietti, traditori, vili, incapaci, falliti, stupidi e codardi.

La loro incapacità serve a dare forza a un gigantesco esercito di arcaica potenza femminile. Sono le donne a gestire tutto: aborti, tradimenti, figli deformi, aggressioni e psicopatici. Sono loro a prendere le grandi decisioni. Sono loro quelle dotate di poteri naturali e sovrannaturali. Sono loro, in sostanza, coloro che detengono, nella loro gigante umanità o disumanità, la vera divinità. Quella che fa dire a Larry: “I can’t live without her. The love of my life. She’s the most exciting women I’ve ever met. She’s so spontaneous. So determined and demanding“.

Una cosa che si può dire di tutte le altre donne della serie. Una cosa che ti fa desiderare di diventare un mostro, pur di sentirti fare da un uomo una tale dichiarazione d’amore.

Ecco qual è il segreto di American Horror Story, altro che horror.

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