(Di)struggimenti

È il giovedì prima del dì di festa, e io ho aspettato che andassero via tutti dall’ufficio per restarmene qui un po’ da sola. Domani parto per un posto lontano e non avrò più modo di restare immersa in questo lungo silenzio al mio rientro.
Ho pensato che avrei potuto parlarvi di un sacco di cose. Di quella che ritrova l’anello di fidanzamento dopo dodici anni infilato in una carota del giardino, oppure della nuova campagna di Terry Richardson per Equinox, o di come in queste vacanze mi sia iniettata dosi mortali di serie in costume proiettando il mio struggente romanticismo ben oltre il limite che io stessa mi consento di provare.

Potremmo parlare della finale di X Factor, peccato che quest’anno non ne abbia vista neanche una puntata, cosa che getta su di me, per diversi motivi, un’onta che solo in pochissimi possono capire.
Potremmo parlare di Calderoli e della risposta di Monti, ma ormai si è fatto tardi e poi, diciamocelo, non è che qui possa permettermi di dissertare proprio di tutto, ogni tanto una tetta bisogna mettercela se no poi uno pensa che siamo persone serie. Oppure potremmo parlare della notte della befana, che in alcuni paesi neppure esiste, ché arrivano i re magi e portano un dolce che si chiama roscón de reyes e a me fa abbastanza schifo, perché non amo i dolci, figuriamoci quelli con i canditi, però è una tradizione bella e sono stata felice di passeggiare al freddo per comprarne uno, a suo tempo.

Intanto il tizio delle pulizie passa l’aspirapolvere. La passa con un’enfasi non normale, credo che pure lui debba correre a comprare un dolce.

Potremmo parlare del remake di Carrie, pare lo vogliano affidare a Kimberly Peirce, regista di Boys Don’t Cry, e di come andrò a vederlo storcendo il naso perché Carrie è, indubbiamente, uno dei miei film di formazione.
Potrei dirvi che non ho ancora fatto la valigia. Che non ho voglia di partire. Che questo 2012 che dovrebbe essere il mio anno, lo dicono gli oroscopi, cazzo, sarà vero, è iniziato proprio strano.
Tipo che mi guardo intorno aspettando che succeda qualcosa. Come quando tendi l’orecchio per sentire meglio un suono, per capire cosa sta capitando, perché qualcosa sta capitando, ma tu non sei mica così convinta che sarà una cosa bella.
Forse per me, ma non è sufficiente.
Ho accanto persone che stanno vivendo in questi giorni dolori che io ho già vissuto e solo a digitarne l’idea mi si annacquano gli occhi, altre che stanno vivendo dolori che io probabilmente non vivrò mai e questo, sinceramente, m’impedisce di parlarvi liberamente del matrimonio di Aretha Franklin con il suo miglior amico o dello studio che sostiene che le donne che bevono vino ogni giorno fanno meglio l’amore (su questo, magari, mi prendo un appunto).

Tra poco risponderò a una telefonata, mi imbacuccherò nella mia sciarpa, prenderò l’enorme busta di libri che ho ordinato online, e che probabilmente non leggerò, e mi dirigerò verso la porta.
E spegnerò la luce, pensando che potrebbe essere esattamente come in quell’ultima puntata di Friends.
Perché stasera va così.

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