Iker, il Santo

La partita è andata. L’Italia ha perso, la Spagna ha vinto.
E se l’è meritato. Lo riconoscono tutti, i giocatori, i commentatori e l’allenatore. Tutti, tranne gli italiani. Il perché non siamo in grado di riconoscere i meriti altrui è uno dei grandi misteri di questo Paese.
Gli azzurri hanno pianto. Io no. Ho invece sorriso quando Iker Casillas ha alzato la coppa gridando “vaaaamoooos”. L’emozione degli altri mi emoziona, è bello raggiungere un record, sono felice per loro.

Ero seduta sul mio divano di Madrid con una Mahou in mano, quando vidi entrare in campo quel ragazzo appena 16enne per disputare una partita di Champions League. Non avevano altra scelta: non so più quante riserve di portieri del Real Madrid si infortunarono uno dietro l’altro.
 Lo amarono tutti dal primo istante. Ha sempre dato prova di bravura, semplicità, bontà, passione e ironia, Iker.

Solo dopo il mondiale di due anni fa le donne del resto del pianeta si sono accorte dell’esistenza di Iker Casillas. Il merito non fu del fatto che è indiscutibilmente il portiere più incredibile del mondo, ma del bacio dato alla fidanzata giornalista, Sara Carbonero.
Io, che già conoscevo benissimo la levatura dell’uomo, non mi sorpresi affatto del gesto, ebbi solo la conferma che Iker era proprio e ancora unico nel suo genere.

Quando vivevo in Spagna ero “costretta” dal mio fidanzato fanatico a vedere tutti i telegiornali sportivi (tutti vuol dire tutti, identici, in replica, uno dietro l’altro); sapevo quando era domenica perché in casa girava El Marca e avevo iniziato a giocare alla quiniela, almeno per darmi un brivido di interesse rispetto alle partite.

Ero preparatissima. Avevo una passione per Roberto Carlos.
Sapevo i nomi di tutti. Ascoltavo le conferenze stampa di Ranieri al Valencia, che tanto stava simpatico agli spagnoli.
Sapevo che il belloccio adorato da uomini e donne era Raúl ma io avevo i miei gusti. Il mio compagno mi comprò la divisa della squadra taglia bambino di 10 anni per andare a festeggiare alla Cibeles la vittoria della Champions League. “Roberto Carlos, numero 3”, devo dire che mi stava parecchio bene.
Nessuno pensava più alla partita di quel ragazzino di Móstoles con quello strano nome basco.
Ma tutti sapevano già da tempo che era bravissimo. Lo avevano sentito dire. Lo avevano visto.

“Non è facile vivere ogni giorno con le critiche, essere ogni giorno in televisione e sugli altri mass media. La gente mi ha visto crescere fin da piccolo dalle proprie case, alcuni mi fermano per strada e mi dicono che per loro sono come un figlio”

Ricordo ancora il giorno in cui il mio fidanzato, stanco delle inconcludenze e delle lesioni del primo portiere della sua squadra del cuore, esclamò “pero que manden a tomar por el culo el puto Illgner de una vez y que metan a Casillas, joder!” (che è una versione un po’ colorita per dire “che congedino l’ormai datato portiere e diano speranze alle nuove generazioni”).

Accadde e il resto è storia.
È la storia del successo di un grande sportivo e la storia della mia passione per un grande essere umano.

In tanti anni non ho mai visto da parte di questo ragazzo, che può permettersi tutto, un solo gesto di stizza. E quando c’è stato aveva sempre un senso, spesso legato alla difesa dei deboli.
Iker Casillas non mi piace perché è bello e bacia la fidanzata, mi piace perché è bravissimo nel suo ruolo e buono.
La bontà è una delle grandi qualità che cerco nelle persone. Casillas riesce a essere determinato e furente nel suo lavoro (milionario) mantenendo l’umiltà e la semplicità dei grandi animi.
Io gli sbatterei addosso una kesa e lo manderei in giro con l’unico scopo di essere gentile con il mondo.
Ma la cosa fantastica, invece, è che lui non è un monaco buddhista, ma un campione idolatrato dalle folle. È bello sapere che i bambini in Spagna hanno come riferimento e esempio a cui aspirare uno come Casillas.

[tube]http://www.youtube.com/watch?v=tJXJLcnn-AA[/tube]

“Preferisco fare le sorprese piuttosto che riceverle. Non mi piace essere al centro dell’attenzione. Mi piace avere pensieri per le persone, preferisco la felicità degli altri alla mia. Ci sono grandi pensieri che non devono essere necessariamente niente di speciale. Mi piace pensare agli altri”

Il bacio dato alla Carbonero non aveva nulla di incredibile, era la normale evoluzione di un momento emozionante. Iker si commuove davanti alle telecamere (Iker è uno che si commuove. Ricordo questo bellissimo articolo che dedicarono alle sue lacrime in campo, se capite un po’ di spagnolo leggetelo), quell’altra fa la rigidona professionista e lui la bacia.
Tutto qui, è Iker. Di cosa vi sorprendente?
In Spagna lo chiamano il Santo. Il soprannome arriva evidentemente dal fatto che salva tutte le palle, ma direi che gli calza come un guanto anche per tutto il resto.
Gli aggettivi che si sentono usare più spesso dai giornalisti e dai suoi compagni di squadra sono: modesto, umile, normale, semplice, generoso, brava persona. È una cosa che impressiona perché la specifica sul carattere, quando si parla di lui, arriva sempre.
Quando uno è un grande campione non dovrebbe esserci la necessità di dire altro, giusto?
È un genio ma è uno stronzo, è bravissimo ed è pure una brava persona. A chi importa? Ai tifosi di calcio è mai davvero importato? Basta che questi giochino.

Eppure nel caso di Iker questo succede sempre, evidentemente perché è davvero una brava persona, una di quelle che non si trovano più né nel calcio né per la strada.
E se tutti, ma proprio tutti, sempre, sentono la necessità di ricordarlo, sarà perché in fondo è di queste persone che abbiamo bisogno.
Sono felice che tu abbia vinto ancora, Iker.

[tube]http://www.youtube.com/watch?v=eEzfFtLjngg[/tube]

(questo video andrà aggiornato, ora, però guardatelo, ne vale la pena)

 

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