Così imparai

Stamattina mi ha chiamata la mia migliore amica.
La mia migliore amica è quell’amica che anche se non sento per sei mesi può chiamarmi anche per dirmi che le è caduta la bottiglia dell’olio sul piede e ora sente tanto male che io mi comporto esattamente come se fosse appena uscita dalla porta.
Con la mia migliore amica sono cresciuta e ho convissuto. La mia storia di donna dai 17 anni a oggi è parte della sua storia di donna.
Lei non è una persona che mi conosce, lei è un pezzo del mio corpo.

Per questo quando mi ha chiamato stamattina mentre ero in ufficio non mi ha sorpresa. Anche se mi chiamava da un numero mai visto, anche se non la sentivo da settimane, anche se esordiva dicendo “hai presente quel testo di Neruda sui cigni che mi avevi dato?”
“Testo di Neruda sui cigni?” (e la mente vola a me e Neruda collocando immediatamente l’evento in un lasso di tempo che poteva inserirsi tra i 17 e i 21 anni)
“Sì, dai, me lo avevi scritto tu” (allora le cose si copiavano a mano se erano piaciute tanto, ché le fotocopie spersonalizzavano tutto)
“Ti ho dato così tante cose di Neruda… cercalo su google”
“Eh, lo sto cercando, ma lo sai che sono capra, non lo trovo”
“Ok, allora lo cerco io al volo. Una poesia di Neruda sui cigni. La vuoi in spagnolo o in italiano?” (non chiedo a cosa le serva, ma so che devo cercarlo subito perché è chiaro che le serva davvero, se no non mi avrebbe chiamata in orario d’ufficio)
“No, in italiano, ma non era una poesia, era un testo”
“Un testo. Uhm (intanto digito su google), potrebbe essere dentro a “Confesso che ho vissuto”?”
“Uhm, sì”
“Ne ho trovato uno, faccio copia/incolla, dammi un indirizzo a cui mandartela, controlla se è questo e poi rispondimi” (questa parte del dialogo che sembra paradossale, o banale, non lo è perché la mia migliore amica non usa quasi internet, non ha un indirizzo email e non sa cosa voglia dire partecipare a un social network)

La liquido velocemente perché non ci sono convenevoli tra migliori amiche.
Dopo qualche minuto controllo la mail: “Grande! E comunque rileggilo che è bellissimo”.

Non lo rileggo, ho troppo da fare.
Poi in pausa pranzo mi faccio prendere dalla curiosità.
Ricordo molte delle poesie di Neruda e alcuni suoi testi; è quel tipo di arte che si accantona da adulti ritenendosi, appunto, troppo adulti per simili banalità sentimentali; dimenticando che quel tipo di scrittura emozionava non solo per il contenuto, ma soprattutto per la forma.
Mi chiedo quale fosse quella “dei cigni”.
La vado a leggere un po’ distrattamente. E mi fermo sul finale, per rileggerla.

Non solo non ricordavo di averla mai letta, ma di averla mai trascritta e di averla data a qualcuno.
Non ricordavo il motivo per cui l’avevo fatto. Non ricordavo la storia.
Ma sono rimasta immobile davanti allo schermo.
Ci sono molti diversi livelli di tristezza in Neruda, alcuni scavano molto profondamente e per questo vengono ricordati.
Ma io, questo, l’avevo dimenticato. Meglio, rimosso.

Mi fermo a fissare lo schermo con sorpresa, come in preda a un’epifania. Come quando un genitore vede fare o dire qualcosa ai figli e si sorprende di conoscere improvvisamente una parte di loro.

Questo brano di Neruda dice così tante cose di me. Cose che non sapevo di essere, allora.
E che mi sto raccontando da sola, a distanza di vent’anni.
Senza avere la certezza di sapermele spiegare.

Questo è il brano:
Ora vi racconterò una storia di uccelli. Sul lago Budi cacciavano con ferocia i cigni. Gli si avvicinavano silenziosamente sulle barche e poi rapidi, rapidi remavano… I cigni, come gli albatri, si alzano difficilmente in volo, debbono correre, scivolando sull’acqua. Sollevano con difficoltà le loro grandi ali. Li raggiungevano e li finivano a bastonate.
Mi portarono un cigno mezzo morto. Era uno di quei meravigliosi uccelli che non ho mai più rivisto al mondo. Il cigno dal collo nero. Una nave di neve dal lungo e flessuoso collo come inguainato in una stretta calza di seta nera. Il becco arancione e gli occhi rossi.
Fu vicino al mare, a Puerto Saavedra, Imperial del Sur.
Me lo diedero quasi morto. Lavai le sue ferite e a forza gli caccia in gola pezzettini di pane e di pesce. Rigettava tutto. Ma poco a poco si riprese, e cominciò a capire che ero suo amico. E io cominciai a capire che la nostalgia lo stava uccidendo. Allora prendevo il pesante uccello fra le braccia e lo portavo al fiume. Nuotava per un po’, vicino a me. Io volevo che pescasse e gli indicavo i ciottoli del fondo, le sabbia su cui scivolavano gli argentei pesci del sud. Ma lui guardava con occhi tristi la distanza.
Così ogni giorno, per più di venti, lo portai al fiume e me lo riportai a casa. il cigno era quasi grande come me. Un pomeriggio se ne stette più sulle sue, quasi assorto, nuotò vicino a me, ma non si distrasse ai gesti con cui volevo insegnargli di nuovo a pescare. Se ne stette tutto quieto e io lo presi di nuovo tra le braccia per riportarlo a casa. Allora, mentre me lo tenevo contro il petto, sentii come se si stesse srotolando un nastro e qualcosa, come un braccio nero mi sfiorasse il viso. Era il suo lungo e sinuoso collo che ricadeva. Così imparai che i cigni non cantano quando muoiono.

3 pensieri su “Così imparai

  1. anch’io ho adorato questo pezzo,ricordo che ho pianto.
    ed è la prima volta che lo rileggo. Ho appeno iniziato a leggere il tuo blog e penso proprio che andro` avanti per un po’.
    Erika

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    1. Immagino si tratti di una traduzione libera non presente nell’originale di Neruda che finisce, appunto, con: “Así aprendí que los cisnes no cantan cuando mueren”.

      "Mi piace"

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