Con quella faccia un po’ così

Oggi facciamo al contrario, prima guardate il video, poi parliamo.

Ecco.
Posto che sappiamo tutti che l’androginia è all’ultima moda, come ci ha insegnato Andrej Pejic, e che non vedo nulla di sorprendente nel fatto che la stessa venga sfruttata per giocare con gli stili o sbalordire il prossimo, mi chiedo cos’abbiano pensato quei quattro sfiniti che hanno partorito questo spot. Probabilmente di essere dei geni, probabilmente sono volati pure dei cinque alti, peccato che nessuno abbia riflettuto su un piccolissimo particolare appena appena rilevante: il target.

L’automobile, tu, caro il mio pubblicitario, la devi vendere. Però, quando ti senti particolarmente figo, parti dall’altro e finisci per farti le pippe da solo.

Mi immagino la riunione:
“A chi la vogliamo vendere questa automobile?”
“Alle donne”
“Ok”
“Sì, però anche agli uomini”
“Eh, allora dobbiamo inventarci qualcosa”
“Ce l’ho! Mettiamo quel modello, come si chiama, quello androgino”
“Andrej Pejic”
“No, costa troppo, quell’altro”
“Stav Strashko”
“Ecco. Per tutto lo spot facciamo credere che sia una donna e poi, taaaac, si gira e sorpresa!”
“Geniale!”

Complimenti, bella minchiata.
Le donne non si identificano in un uomo androgino. E gli uomini vogliono sentirsi maschi (soprattutto quando guidano) e, a parte qualche pervertito che vorrebbe farsi il modello proprio in virtù della sua particolare estetica, direi che non c’è modo che un uomo che compra un’automobile per dare agli altri un messaggio sulla sua identità (leggi virilità) possa identificarsi con un modello rachitico che non ha affatto l’aria di rovesciare fanciulle con una sesta di reggiseno sui sedili posteriori.

Insomma, credo che abbiate ridotto lo spettro del vostro target di circa il 98%.
Fate una cosa, la prossima volta, se proprio volete fare i moderni, nello spot metteteci una famiglia omosessuale. Vedete come schizzano le vendite. Me la ricompro pure io la macchina, solo per premiarvi.

 

 

N.B. Dopo aver scritto il post mi sono accorta che lo spot è destinato al mercato giapponese. Questo cambia leggermente le cose. Come sapete in Giappone l’entità delle perversioni legate al fraintendimento supera di gran lunga il numero delle vostre, pertanto il giochino a una certa fetta di clientela maschile potrebbe sembrare accattivante, ma temo che anche in una società come quella giapponese, che ha basato buona parte della sua cultura sull’ambiguità sessuale, il risultato si fermi a un “oooooooh” e all’esclamazione segua una risatina, ma non il boom delle vendite. I ragazzi laggiù, si sa, si divertono con poco.

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