Canta che ti passa

Se avete mai, per qualche motivo, avuto modo di avere a che fare con dei musicisti, saprete cosa significhi per un musicista incidere un brano. Sapete cosa comporta, dalla fase dell’ideazione a quella della composizione, a quella dell’esecuzione e, infine, della registrazione.
La registrazione è un processo lungo, fatto di diversi passaggi atti alla produzione delle tracce dei diversi strumenti.

Per fare questo, ovvero per avere una buona traccia di tutti gli strumenti, il brano deve essere ripetuto più e più volte in modo da avere poi tutte le possibilità a disposizione per il mix audio.

Bene, quando avete a che fare con dei professionisti, gente davvero capace, questo procedimento è affascinante.
Potreste voler passare ore a veder lavorare dei veri musicisti, alla ricerca dell’intonazione giusta, del giro giusto, di quel twist che fa la differenza.
Ciò nonostante, vi assicuro, e ve lo dice una che nelle sale di registrazione c’è stata a sentire quelli bravi, alla lunga chi non suona o non capisce la musica si straccia le palle oltremisura.

Anni fa stavo con un musicista che a un certo punto della carriera convertì la sua passione in qualcosa di più stabile (credeva) e iniziò a fare il tecnico del suono.
Lo studio di registrazione dove lavorava era suo, ed era sotto casa nostra.
Come sapete, e se non lo sapete ve lo dico io, i musicisti sono un popolo della notte.
Sono abituati a fare orari del tutto sballati e, come tutti i grandi lavoratori appassionati di quello che fanno, non c’è niente che li possa distogliere dal processo creativo una volta che ci sono finiti dentro.

È una cosa che comprendo profondamente perché ne riconosco e subisco i meccanismi quando mi trovo ad avere a che fare con il montaggio video. Potrei passare una notte a spostare immagini per far filare il senso di un racconto. ll montaggio per me è la scrittura pià bella che esista. È l’ultima scrittura che abbiamo a disposizione una volta che siamo tornati a casa con tutto il nostro carico di immagini in movimento.
Ma non divaghiamo.

Pur capendo davvero, dunque, le esigenze tecniche e le modalità di creazione, vi assicuro che anche la canzoncina meglio eseguita, più spensierata e più accattivante del mondo, vi farà uscire di testa se la sentite per molte, molte, molte ore.
Ricordo una sera in cui io, che ero una pendolare tra la provincia più depressa e deprimente e Milano, mi misi a letto verso le 2 consapevole che laggiù, nello studio, qualcuno avrebbe suonato ancora a lungo. Ci ero abituata.
Il gruppo che registrava avevo imparato a conoscerlo e volevo bene un po’ a tutti. Avevamo mangiato insieme tante volte. Andavo ai loro concerti. Eravamo amici eppure, quella sera, qualcosa accadde. Andarono avanti a oltranza. Su un unico pezzo. Un unico pezzo che non era Hungry Heart di Springsteen (e vi assicuro che anche quello potrebbe mettere a dura prova i vostri nervi).
Quando monti video sai cosa rompe di più il cazzo a chi hai di fianco, difatti i montatori hanno le cuffie o sono relegati in loculi oscuri e insonorizzati. Quello che rompe il cazzo è l’audio.
Perché tu monti e sei concentrato al frame, e quella frase lì, quella parola lì, quel sync lì, lo risenti anche un milione di volte. Tu.
Quella notte, due ore dopo, al duecentomilionesimo “hai la vi” “hai la” “hai la vita” “hai la vita” “la vita” “hai la vita” “hai la vita nelle mani” “hai la vita nelle ma” “nelle mani” “hai la vita nelle mani”, io sclerai.
Con tutto il bene del mondo, presi il telefono e chiamai il mio fidanzato che era concentrato al millesimo di secondo e dissi semplicemente “Adesso scendo e ve la levo io la vita dalle mani”.
Mi sentii subito una stronza fuori misura, ma la verità è che smisero.

Sapete perché vi racconto questa storia?
Perché ho un vicino di casa.
Un vicino che suona.
E che sono mesi che suona lo stesso brano. Come tutti i musicisti o sedicenti tali lo ha ideato, composto, suonato, suonato, suonato, suonato, e registrato.
In solaio.
Ne conosco tutte le versioni. Perché lo ha voluto provare in tutti i modi: reggae, pop, rock, da suicidio alla Tiromancino.
Conosco le parole, una a una. Potrei cantarla adesso, a tempo (tanto la sta suonando).
Mi viene in mente quello sketch di Muchachada Nui, quello in cui si fa parodia di Manu Chao mentre spiega il processo creativo delle sue canzoni.
Va bene tutto, però, al di là dei miei personalissimi giudizi di valore sul brano, davvero non ci si può affezionare a una canzone con una melodia e un testo così banali.
Ma è roba sua, capisco che ci tenga come a un figlio.
Si strugge. Si strugge da pazzi. Cerca di metterci pathos, come quando Fioretta Mari spiega ai ragazzi di Amici che devono credere in quello che dicono.
Ti regaleròòòòò tutta la mia libertà ma ti prego noooooo, non lasciarmi mai.
Ti regalerò tutta la mia libertà, ma ti prego no, non lasciarmi mai.
Mai.
Mai.
Non mi lascia mai.
Io lo so di chi è colpa.
È colpa di quella stronza che non lo lascia mai o di quella che lo ha lasciato per sempre.
Perché una donna sana di mente non può non avere a un certo punto il coraggio di dire “amore, basta, sei bravissimo, sei il migliore, ma questa fa davvero cagare”.

Io dico, ma se hai l’estro, scrivi un album. Scrivi tanti brani di merda, non solo uno. Almeno diversifichiamo.
E io non divento scema.
Non devo sottostare a questa tortura.
Non devo pensare che il problema sono io, e che l’anno prossimo magari ‘sto pezzo va a Sanremo e tu ti stai preparando.
Ma in effetti si sa che a Sanremo vanno spesso dei pezzi di merda.

Speriamo non vinca.

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