Doppia W

10256447_10152184465228472_7781135357562402096_nOggi ho trovato una foto.

È questa foto qui.

Una foto di William Seward Burroughs e Anne Waldman.

L’immagine sembrerebbe a prima vista paradossale a buona parte degli spettatori, per la violenza con la quale Burroughs appare trattenere Waldman, peraltro del tutto protesa verso di lui.

Ancor di più sembra evidenziarsi il paradosso alla lettura della didascalia, che recita: “William S. Burroughs e Anne Waldman, poetessa e sua guru buddhista durante molti anni”.

Più disturbante potrebbe sembrare la composizione fotografica se si pensa che S. Burroughs uccise sua moglie, con un bel colpo in testa, in circostanze mai chiarite del tutto, parecchi anni prima.

Questa foto in realtà trattiene un mondo che solo in pochi possono intuire.

È qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’obbedienza, posto che, come già ho spiegato in passato, a mio avviso nulla c’è di più erotico di un uomo che ha il coraggio di dirti “ti addestrerò”).

Dirò dunque qualcosa di impopolare, ma quella mano rappresenta un gesto d’amore. Potesse esserlo, sarebbe addirittura più alta, al collo: ti chiudo la gola, ti faccio tacere. Eppure la Waldman era stata, almeno per una parte della sua vita, guida dello spirito di Burroughs. Perché avrebbe dovuto essere trattenuta con tale fermezza, presa in pugno, incatenata?

Quel gesto sta a rappresentare qualcosa che per le femministe significherebbe un affronto scandaloso e invece, ribadisco, è un grande gesto d’amore: ti conosco, ti blocco, ti tengo qui. Ti tengo accanto a me con questo atto percepito come violento e maschile perché so che comunque chinerai il capo con dolcezza appoggiando la tua fronte alla mia, perché non hai nulla da dimostrare, perché sai già tutto. Anzi, forse sai troppo e io posso ancora concedermi di dirti “ferma”. Ferma, stai ferma qui. Ferma mentre ci scattano la foto. Ferma nella mia vita. Ferma nella mia anima. Ferma, non entrare troppo. Ferma, non andartene via.

Un giorno chiesi a un uomo, che aveva studiato a lungo il senso dell’Essere, cosa fosse dunque per lui l’anima. Se lo avesse finalmente capito. Lo feci quasi per provocare. Quasi mi sentivo di deridere quel percorso così complesso che io, nella mia totale incoscienza, percepivo allora, nelle mani di un adulto, come adolescenziale.

Rispose con una metafora che non capii. Non la capivo, la smontavo e lui mi diceva, mi spiegava. Voleva spiegarmi, con impegno. Con una linearità che non dava scampo. Eppure io non capivo.

Ma sapeva che non poteva dirmi quello che chiunque altro, arrivato a quel punto, avrebbe detto: “dovrai arrivarci da sola”; perché avrebbe avuto la responsabilità di caricarmi di un’ulteriore responsabilità. Quelle responsabilità di cui sanno caricarti solo i genitori. E lui, purtroppo, aveva la sfortuna di essermi genitore.

Ci arrivai da sola. Non provo alcuna nostalgia per non averglielo detto in tempo. So che sapeva che avrei capito, il giorno che ha intuito che avrei, forse, cercato.

Burroughs stava cercando, Waldman aveva trovato, per quello non aveva bisogno di spostarsi, di ribellarsi, di distogliere quella mano.

Quella mano l’aveva trovata e lei si lasciava trovare.

Perché non ci sono anime gemelle, ci sono anime.

Quelle che si trovano, hanno compreso quella metafora .

Una metafora così facile che non la puoi capire, finché non l’hai capita.

E poi, se vuoi, puoi far finta di dimenticartela, per provare a vivere la vita, come tutti gli altri.

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