Arrivederci

Ieri sera sono andata dal medico per fargli controllare delle analisi.
Quando ho girato l’angolo che dal portone portava alle scale ho visto l’assistente del dottore scendere lentamente reggendo per un braccio un signore molto anziano.
Un vecchio signore che scendeva i gradini male, appoggiandosi a lei, dovendo gestire la presa al corrimano e tenendo sollevato per quanto poteva, senza inciampare, il bastone.
Era un signore distinto, però ai piedi portava delle scarpe aperte tipo quelle da trekking, con calzini di spugna. Era evidente che ci si era dovuto rassegnare, per non scivolare. Probabilmente gli era già successo.

Mi sono fatta da parte, nascondendomi un po’ nell’androne, in modo che scendesse senza sentirsi sotto pressione.
Era davvero molto molto lento.
Chissà che fatica. Quanti anni poteva avere? 90?
Intanto l’assistente del medico continuava a ripetergli “Piano Sig. Nonsoche, piano, guardi bene dove appoggia il piede”.
Al terzo “Guardi bene” lui si è girato leggermente verso di lei e ha detto “Non posso guardare bene, se qui di fianco c’è una bella ragazza che mi distrae”.
Così ho fatto un saltello laterale e mi sono posizionata di fronte alla scala: “Facciamo così, mi metto qui davanti, così deve guardare dritto”.
Il vecchio signore si è fermato, ha sorriso, ha alzato gli occhi opachi e lacrimosi per la cataratta e mi ha guardata: “Come si chiama lei?”
“Roberta”
“Roberta”, ha ripetuto.
E l’assistente “Ci siamo quasi Sig. Nonsoche, ci siamo, la scorto fino alla porta”.
Il vecchio signore ha raggiunto il pavimento alla fine della scala, ha detto grazie.
Poi ha mi ha guardato e sorriso di nuovo: “Arrivederci Roberta”.
“Arrivederci”.
Mentre lo dicevo ho pensato a quanto stavo mentendo, a quanto erano scarse le probabilità che io e quell’uomo ci potessimo incontrare di nuovo, e che probabilmente la sua vita non sarebbe stata abbastanza lunga perché accadesse.
E all’improvviso in quel momento ho provato pena per me.
Perché lui aveva detto “arrivederci” e quelle cose in cuor suo già le sapeva, ma in un “arrivederci” c’è la vita che non molla, di uno che scende la scala, gradino per gradino, con la speranza di arrivare ancora una volta alla fine e appoggiare il piede su un suolo sicuro.
E “arrivederci” in fondo non vuol dire proprio niente, è solo un bel modo di congedarsi, un modo di dire un po’ fuori moda che solo una persona distinta della sua età poteva ancora permettersi di usare con “una bella ragazza” che si era scansata per farlo passare, concedendogli un sorriso e forse un ricordo di quello che era, cercando di non umiliarlo e, probabilmente, umiliandolo.

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