Cos’è la noia?

Mi sono appena alzata dal divano pronunciando ad alta voce la frase “mi sto annoiando” e dato che sono a casa da sola, e non sono ancora così pazza da comunicare il mio stato d’animo ai gatti (con i quali parlo tutto il tempo, sia chiaro), capite che la cosa mi abbia un un po’ stupita.
Delle tante amenità che ci diciamo quando parliamo da soli sinceramente non mi era mai successo di dire a me stessa, riconoscendolo: “mi sto annoiando”.
Non che io non mi annoi mai, io mi annoio un casino. Succede e lo dico, agli altri.
Se mi annoio devo trovare qualcosa da fare o smettere di fare quello che stavo facendo.
Ma non c’è una regola. Posso annoiarmi anche in venti minuti passati a leggere qualcosa che non mi va. Posso annoiarmi aspettando una persona. Mentre magari passo otto ore otto seduta su una banchina nell’attesa di una barchetta e sto lì bella serena. Posso guardare un intero palinsesto di Real Time senza annoiarmi, io.
Posso giocare diverse ore ai videogiochi senza che mi venga l’istinto di dire “ora basta dai”. Posso ascoltare una conferenza noiosa senza annoiarmi, semplicemente andandomene o osservandone il lato comico.
La cosa assurda è che, mentre mi alzavo dicendo “mi sto annoiando”, avevo in realtà appena finito di fare una marea di cose.
Cos’è la noia dunque?
La verità è che non ci ho mai pensato.
Non è un vuoto. Nel vuoto ci si sta bene perché c’è lo spazio del pensiero.
Non è una ripetizione. Io potrei stare ore a fare la stessa cosa solo per vederla finita, se no non avrei fatto intere coperte all’uncinetto.
Non è la calma, anche se a volte la calma può risultare sospetta e porta a cercare di interrompere lo stato pacifico delle cose.
Penso e ripenso alla noia e la verità è che non saprei definirla.
Non so quanto e se mi sia mai davvero annoiata da piccola. Immagino che essendo cresciuta come figlia unica mi annoiassi parecchio. Stavo molto da sola. Mi piaceva stare da sola, avevo i miei spazi, le mie cose, le mie storie inventate, i miei giochi, i miei amici immaginari. I giochi che preferivo non erano quasi mai giochi. Erano luoghi che costruivo o sceneggiature, oggetti. Quando proprio non sapevo cosa fare e mi annoiavo, prendevo un libro dalla libreria dei miei. Era un libro sui paesaggisti inglesi.
Cosa diavolo ci trovassi io, così piccola, nei paesaggisti inglesi lo sa solo dio. Anche perché quel libro non c’entrava proprio niente con gli altri libri che c’erano in casa. Non si capiva da dove fosse uscito. Non c’erano libri d’arte, a parte “I Maestri del Colore”, ma a quelli arrivai dopo. Quando ero piccola guardavo quello lì, con la copertina rigida e ruvida. E quel che mi ricordo è solo una sensazione: mi stupiva la riproduzione. Mi piaceva cercare i dettagli. Ricordo che in mezzo a tutti quei paesaggi c’erano due o tre ritratti a figura intera. Quelli mi stupivano più di tutti.
Diciamoci la verità, pensando a un quadro che ti toglie la noia non vengono in mente esattamente i paesaggisti inglesi.
E dall’esterno la visione di me bambina che sfoglio tutta attenta quel libro è un’immagine non so se più triste o più inquietante: se Jack Gambardella era “destinato alla sensibilità” io certamente ero destinata alla malinconia.
Detto questo, mi incuriosisco di questa mia esternazione, ma non riuscendo a definire la noia cerco il significato della parola sul vocabolario: “Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività e dall’ozio o dal sentirsi occupato in cosa monotona, contraria alla propria inclinazione, tale da apparire inutile e vana”.

Improvvisamente tutto è chiaro. Improvvisamente capisco perché mi sto annoiando. Improvvisamente mi do una risposta.
Improvvisamente non provo più noia.
Dovremmo guardarlo più spesso, il vocabolario, quando ci capita di dire a noi stessi una cosa ad alta voce.

 

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