Lassù qualcosa è cambiato

Ho da poco compiuto 40 anni.
Non è che possa andare avanti a parlarne ancora a lungo, me ne rendo conto, però sono successe un po’ di cose che mi hanno fatto pensare e sono accadute tutte in fila, come soldatini, alcuni da buttare giù, altri da raccogliere, alcuni con cui perdere la guerra, altri pronti a vincerla.
Intanto ho pubblicato un libro, e quando la gente ha iniziato a scaricarlo e a parlarne io sono andata un po’ in panico. Ho capito che devo imparare a fare promozione di me stessa (ne hanno scritto anche qui, costa meno di una colazione al bar, su).
Poi ho fatto una cazzata grande sul lavoro, credo la prima della mia vita. Qualcosa che ti fa fare i conti con quello che sei e sei sempre stata. E che, dopo il primo naturale contraccolpo, mi ha fatto sentire sulla pelle quello che di solito concedo a tutti tranne che a me stessa: sbagliare. È dunque vero che errare è umano. Non posso permettermelo, ma è umano.
Costretta così dagli eventi ad ammettere che la control freak che è in me non è infallibile, qualcosa è capitato.

Sono partita per Madrid, la città nella quale ho vissuto per anni durante i miei vent’anni. E con me, su aerei diversi, in giorni diversi, sono arrivati i migliori amici di tutta la vita. Ognuno di loro mi ha affiancato in un pezzo del cammino e ognuno fa parte di quella che sono ora, in modo diverso. Mancavano gli ex perché chiamarli a raccolta a Madrid sarebbe stato impensabile, patetico e quantomeno almodovariano.
Comunque, dicevo, nella prima notte dormita tutti insieme nella casa spagnola, nella città che mi aveva concesso di capire il senso della parola libertà, dopo aver costretto tutti a mettersi un abito che mai avrebbero indossato nella vita, ho fatto per la prima volta il sogno più bello che un essere umano possa sperare di fare: ho sognato di volare.
Io non avevo mai sognato di volare.
Ho sognato di cadere.
Di levitare un sacco di volte.
Ho sognato di essere posseduta da forze aliene che mi sbattevano nell’aria come un’indemoniata, ma di volare mai.
Ho volato e volato e volato su distese immense di campi di fiori divise per filari. In ogni filare un tipo di un fiore diverso, e io volavo dandomi la spinta come nel mare, modificando la mia altezza e la mia velocità rispetto ai campi, planando un po’ a osservare i fiori da vicino, ridandomi la spinta con una bracciata fortissima, prendendo velocità e velocità ancora, per poi tornare alla “base”, in una casetta di legno dove trovavo l’unica persona che mancava in quel momento Madrid, e tornavo per dirle quanto era bello quel fiore che avevo visto e di cui non ricordavo nulla per poi ripartire a cercarlo dandomi la spinta di nuovo nell’aria e volare rapidissima passando da un colore all’altro.
Era bellissimo. Non riuscivo a fare altro e a pensare ad altro che non fosse andare avanti a farlo per sempre.
La sensazione di saper volare è così intensa e reale che la verità è che è evidente che sappiamo benissimo cosa voglia dire volare. E questa è una certezza che commuove.

Ho trascorso due giorni incantevoli, fatti di risate e persone che adoro.
Una decina di esseri umani che mi piacciono tanto. Onesti, di gran cuore e cazzoni come piace a me. E quando sono salita sull’aereo che mi ha riportato a casa mi è finalmente successo con la naturalezza che vi invidio da sempre: ho allacciato la cintura e mentre l’aereo ancora si muoveva sulla pista ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata andare. Mi sono addormentata.
Non ero stanca, eppure ho dormito, di giorno, su un aereo. E anche se non ho sognato di volare so che finalmente è successo qualcosa.

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