L’amore non corrisposto non esiste

Delle tante cose che possono succedere nella vita, ci sono quelle (tante anch’esse) che accadono semplicemente per stupidità e noncuranza. Come lasciar andare un amore o un vecchio amico, o entrambe le cose. Permettere al tempo di scorrervi addosso perché il tempo conta poco o niente quando due esseri umani sono stati molto vicini.

Le persone che si amano non possono perdersi, questo si crede. Ed è vero. Ma quale arroganza ci porta a non riconoscere la fortuna dalla quale siamo stati baciati il giorno in cui ci siamo incontrati? A essere così superbi da credere che ci si possa concedere qualsiasi cosa, anche di accantonare o rimuovere il ricordo perché tanto nulla potrà mai cambiare un amore?
Nulla ci dividerà comunque, nulla spegnerà quell’energia possente.

Attenzione, non è dell’amore romantico che parlo. Né della passione. L’amore romantico finisce. Ha una scadenza. Si camuffa e per questo s’illude. È quello che vuole essere, per tutto il tempo che gli è concesso esserlo.
Parlo di un altro amore. Dell’amore che è in quel luogo dell’anima e del cuore che prende tutto, che è talmente dell’altro che è anche tuo. L’amore che suggerisce il reale dal quale veniamo e quello al quale torniamo, un sentimento che ti avvicina al naturale e al divino, per questo chi ama è fiore, formica, onda, pietra e vuole gridarlo al mondo a costo di sembrare stupido. Non è religione, è spirito. L’amore non corrisposto non esiste, dal momento che non c’è amore senza empatia. Per questo quando si incontra l’amore ci piomba addosso come una cascata una sorta di miracolo: gli innamorati possono tutto.
Possono tutto al di là della presenza, al di là dei corpi, al di là delle convenzioni, infilandosi dove vogliono, mettendo il loro cuore nel petto altrui. Chi sperimenta una volta questo sentimento totalizzante, in amicizia o in amore, sente di possedere un potere così forte che tutto è reso possibile, addirittura la lettura del pensiero, un altro livello di comunicazione, un sentire “dentro”.
Quello è l’amore che provano le madri per i propri figli, un sentire, appunto.
Ma in questo caso è semplice: per una madre l’incontro con un figlio è esaltante e sconosciuto, ma non bizzarro e inaspettato. Una madre ama suo figlio a prescindere. È la natura che li collega. Gli altri devono potersi incontrare, e sapersi riconoscere.
La grandi amicizie sono questo.
I grandi Amori sono questo.
Incontri fortunati o forse soltanto una vibrazione sulla stessa lunghezza d’onda in mezzo a tante altre vibrazioni su lunghezze d’onda diverse.

Ebbene, ciò nonostante può succedere, soprattutto ai superbi, soprattutto a quelli che sperimentando sbagliano, soprattutto a quelli che credono di potersi perdonare tutto e che il tempo non passi mai, soprattutto a quelli che partono, si spostano, crescono, sono pigri, può capitare, soprattutto a loro, a quelli che si sono riconosciuti, di lasciar correre.
Di lasciarsi andare. Di abbandonare la mano che si sono stretti tante volte, non capendo bene perché, e di far finta di nulla.
Di separarsi con naturalezza, senza rendersene neppure conto, convinti che ci sarà un ritorno, come è sempre stato, per raccontarsi come sta andando, mentre ognuno va per la sua strada, forte della gioventù, a vivere la propria vita.
La vita però è una grande distrazione e i ricordi diventano solo ricordi.

Così s’inizia a inserire quell’emozione in una sorta di letteratura personale, conservando una sensazione rarefatta e bellissima di qualcosa che non c’è più e mai più potrà esserci, perché nell’esperienza sai che le persone che si amano restano nella vita degli altri, in qualche modo, sempre. Perché un ricordo non è realtà. E se quel ricordo non è nella tua realtà, finisci per dimenticare anche il ricordo, inconsciamente, provi a farlo, cercando una rassegnazione mentre lo lasci andare.

Ma se i ricordi che tornano dal passato hanno fattezze umane è lì, in quel lasso di tempo infinito di voi che hai donato distrattamente alla vita, che senti quale sacrilegio ha compiuto la vostra stupidità e la vostra arroganza.

L’assurdo istante di consapevolezza che riesci a fermare non può non farti tremare all’idea di aver lasciato andare, dimenticato e perso qualcosa che era parte di te, come un lutto che non si vuole elaborare, per cui non si vuole neppure cercare spazio.

Non è come trovare all’aeroporto qualcuno che non aspetti. Non è come restare sorpresi. Non è come un attimo di sollievo per il cane che hai ritrovato dopo una fuga.
Come ci si sente? Non lo so dire.
È straziante ed esaltante al tempo stesso.

È come quando torna un caro da una guerra in cui lo si credeva morto. Veder apparire la sua sagoma da dietro una collina, come una fantasma, non crederci, impazzire nell’assurdità del ritorno a casa.

Svegliarsi da un sogno in cui chi c’è non c’è più e chi non c’è più c’è ancora, con attaccata alla pelle quella sensazione tiepida di appartenenza eppure galleggiare nel limbo tra irreale e reale. Volersi addormentare di nuovo.

Pensare a un vecchio amico guardando una fotografia, sentire attraverso la carta lucida l’odore della pelle che sa di caldo, percepire lo scalciare e lo sgusciare dei corpi ragazzini nell’acqua, camminare illuminati dal sole con l’incedere sicuro di chi sa che avrà tutto dalla vita perché non sta chiedendo niente, ché quel momento è già tutto nella vita. Struggersi nel ricordo sorridendo.

Aprire un diario e trovare parole così lontane nel tempo che non le riconosci neppure come tue, leggerle come fossero nuove, emozionarsi per quella che eri e che scopri altro da te sapendo che sei profondamente tu.

Vederti arrivare per strada, vedere te.

Accorgersi che nulla è cambiato, non tu, non il tuo passo, non il tuo sorriso, non il tuo sguardo. Non ricordarmi più la tua voce. Abbracciarti come fosse passato un secondo. Sentire che non è trascorso più di un mese dall’ultima volta che ti ho visto. Tornare ad avere poco più di vent’anni. Temere di non avere più nulla da dirsi, sentire la frustrazione di avere ancora tutto da dirsi.

Commuoversi al solo scrivere di te, perché 17 anni sono un tempo infinito per perdersi.
17 anni sono un tempo così infinito che si può impazzire pensando a ogni singolo secondo.
Come fossi stato ucciso, come se ti avessi ucciso io, come se ti fossi suicidato tu, e all’improvviso un incantesimo ci avesse riconsegnato tutto il tempo, messa in mano quella foto, ricordato chi eravamo, chi siamo, chi siamo sempre stati, chi saremo sempre.
Impazzire all’idea di aver lasciato passare 17 anni che, per quanto siano un numero bellissimo e per quanto noi si sia sempre noi, ci ricordano che non c’è abbastanza divino che possa entrare nel cuore degli uomini, e che in fondo siamo veramente due grandissime teste di cazzo.

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