All’improvviso, l’improvviso

Un famoso diceva che la vita è quella cosa che ti accade mentre sei impegnato a fare altro.
Io non credo. Sono sempre stata molto concentrata sulla mia vita.
Quando ero piccola ricordo che un giorno, seduta sul letto, pensai: “Come si fa a ricordare tutto?”.
Riflettevo sul fatto che avessi troppa vita davanti e che fosse impossibile ricordarsi davvero tutto e quella cosa mi riempì di tristezza. Non volevo ricordare solo i momenti importanti, volevo ricordare davvero tutto.
Minuto per minuto, volevo ricordare gli spazi che si dimenticano.
Mi misi in testa allora che dovevo ricordare quel momento, anonimo.
Avrò avuto 7 anni. Presi un punto di riferimento e mi misi a fissare le barbie sedute distanti da me. Sedevano sul tetto di una minicucina di legno bianca e arancione, un giocattolo degli anni 50.
Con quella Roberta lì feci un patto “ti ricorderai di questo momento per tutta la vita”, e infatti l’ho ricordato, e lo ricordo.
Ok, ho avuto diverse opportunità nel mio percorso e questa dimostra che ho ancora davanti a me una brillante carriera come serial killer, comunque avevo ragione: il resto l’ho dimenticato. Ne porto un ricordo rarefatto e suddiviso per momenti, come tutti. Ricordiamo le esperienze, ma non le cose che compongono semplicemente la vita.
Anche delle storie d’amore crediamo di ricordare tutto, e poi ricordiamo poco. Poche cose, attimi. Scatole di ricordi. Che non apriamo mai. Avrebbe senso poi aprirle di nuovo? C’è gente che si nutre per interi anni girando intorno alla stessa frase, alla stessa immagine, allo stesso ricordo che non c’è più.
È anche in questo modo che ci teniamo impegnati a fare altro e quindi a non pensare al presente che è quello cui ci invitava John Lennon con la frase citata all’inizio: stai concentrato, la vita dura poco. Anche se dura tanto te ne accorgerai soltanto quando sarai arrivato alla fine.
C’è senz’altro un prima, ma niente mai e poi mai potrà assicurarci o svelarci un dopo. Non parlo dell’aldilà, parlo del dopo che ci tormenta nell’aldiqua. Eppure, pur non potendo proprio farci un bel niente, passiamo buona parte del nostro tempo preoccupandocene.
E a un certo punto, mentre sei occupato a fare altro, ovvero a dimenticarti chi sei, arriva una mano dal cielo: il presente svela il suo potere sovrumano e ti tira una tranvata in faccia, forte. E ti guardi intorno cercando di capire da dove cazzo sia arrivata, perché non l’hai mica vista arrivare. Non l’hai vista arrivare da lontano come tutte le altre cose che invece hai imparato fino ad adesso a evitare, e hai scansato, saltato, disatteso, perché hai già sistemato parecchio, tu, nella vita. Perché sei certa che puoi sistemarne altre. Perché non c’è tempo, non c’è più amore, sei cambiata, non cambi mai, stai bene. Comunque.
La tranvata è l’inevitabile. La tranvata è quello per cui siamo al mondo. E c’è solo un inevitabile che l’uomo riconosca.

Le ore divorano il sonno. I canali si illuminano di meduse. Le spine nelle dita spariscono da sole. I sorrisi accendono l’oscurità. Le foto si scattano con gli occhi. Quante erre ci sono nel mio nome. Come ti devo chiamare. Non me ne importa niente. Mi manchi. Ti manco. Ci si guarda come se si fosse stati sempre lì. Sempre lì. Da quanto tempo, per quanto tempo, quanto dura il tempo.
Quale immagine dovrò fermare nella mia mente questa volta.

C’è Roberta seduta su quel letto a fissare le sue barbie, è lontana un milione di anni, è qui.
Non c’è nessun tempo, non c’è nessun ricordo, non c’è nessun domani. È tutto qui.
Chiudi gli occhi piano, scattami quella foto adesso, portala con te ancora per un milione di anni.

 

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