È sempre per un uomo

Non mi fido delle donne tifose. E per tifose intendo quelle vere. Quelle con la maglietta a strisce, la bandiera, la sciarpa e i post sui profili facebook inneggianti alla squadra del cuore.

Le donne che s’iniziano al calcio lo fanno perché hanno avuto un fidanzato patito di calcio, o volevano conquistare un potenziale fidanzato patito di calcio o, per qualche bizzarro motivo, hanno percepito il calcio come l’estremo baluardo da strappare agli uomini per dimostrare finalmente la propria emancipazione e modernità.

Non parlerò quindi di queste donne sospette, ma di tutte le altre, quelle che se ne fregano, quelle che sbuffano, quelle che mantengono alto il luogo comune dell’incapacità di comprendere le regole del fuorigioco, quelle che il campionato no ma i mondiali sì.

Certo, perché ai mondiali siamo tutte tifose, tutte italiane, tutte con la birra in mano.
Poi però gli unici commenti rilevanti sono quelli sulla barba di De Rossi e i calzini fluo.

Si inveisce a caso storpiando tutti i nomi e si esce con frasi del tipo “ma chi è quella mezza sega?” e la mezza sega è quasi sempre il giocatore che gioca nella squadra per cui tiene quello che hai accanto che sommessamente dice “veramente lui è uno degli attaccanti più forti del mondo”.

E tu muta.

Riconosciamolo, il calcio non è nel DNA delle donne, come l’uncinetto non è in quello degli uomini.

Quando avevo circa sette anni entrai in cucina in una di quelle sere in cui mio padre, spontaneamente, si emarginava per guardare la partita seduto su una rigida sedia di legno.
Lo vidi lì assorto, nella mezza oscurità interrotta dalla luce della tele e, non sapendo esattamente come partecipare di quel momento con lui, gli dissi a bruciapelo: “Io tengo la Juventus”.

Mio padre, che fino a quel momento aveva interagito con me senza staccare gli occhi dalla tele, mi guardò come si guarda il sole accecante di ferragosto e mi chiese: “Perché?” “Perché nella Juventus c’è Platini che è il più forte di tutti e vincono sempre” e lui serenamente rispose “Ma tu non devi stare con quelli che vincono sempre”, rimasi un attimo perplessa poi gli chiesi “Tu per chi tieni?” “Per l’Inter” “E allora tengo per l’Inter anch’io”.

Quel giorno ho deciso che ero interista. È sempre per un uomo.

Una cosa simile mi capitò quando mi trasferii in Spagna per un lungo periodo. Uno dei momenti più difficili della mia relazione iniziò quando il mio fidanzato di allora mi chiese “Scusa, ma tu per che squadra tifi?” “Per l’Inter” “No, per quale squadra spagnola tifi?”

“Mah, non so. Barcellona?”
Abitavo a Madrid.
Lo sguardo iniettato di sangue che mi arrivò in risposta mi fece prontamente dire: “Non lo so, non lo so, per chi tifo?”
“Tu tieni il Madrid!”, una forma sincopata per dire Real Madrid, che allora credevo essere l’unica squadra di calcio della città.
Così io in quegli anni tenevo il Real Madrid delle grandi vittorie, e tra i regali che mi arrivavano c’erano sciarpe bianche e viola, magliette di Mijatovich e biglietti per lo stadio.
Dal momento che sottostavo alla visione di tutte le partite, tutti i programmi sportivi e tutte le conferenze stampa, possiamo con una certa serenità affermare che in quel periodo fossi davvero molto preparata. Tant’è che quando il mondo ha preso a osannare Ranieri per il percorso fatto fare al Leicester io per partecipare buttavo lì cose tipo “era al Valencia”, prendendomi sguardi tra il sospettoso e l’incuriosito da tutti i maschi astanti. Ovviamente non so cosa abbia fatto Ranieri tra il Valencia è il Leicester né mi interessa saperlo.

Per le donne il calcio di per sé non è un argomento. Alle donne piacciono al limite le storie intorno al calcio.
Ho sofferto molto di non poter tifare l’Atletico Madrid durante la scorsa finale di Champions contro il Real semplicemente perché ormai dovevo essere coerente con la decisione presa quasi vent’anni prima. Sarei stata felice che avessero portato a casa la loro prima Coppa, ma solo a scriverlo mi sento irrequieta come se dal passato dovesse piombarmi addosso un fulmine.

È grazie al calcio che ho scoperto che la Scozia e il Galles sono nazioni, quella sera che un altro fidanzato ha commentato guardando gli Europei: “Pensa, nel Galles ci sono praticamente solo giocatori che giocano in serie B in Inghilterra” “Ma dai, perché in serie A hanno solo stranieri?”

Venni guardata come si guarda una bambina speciale.
“No perché quasi tutti i loro giocatori giocano in serie B nel campionato inglese, e quindi sono più forti di quelli che giocano in serie A nel campionato gallese”.
Interdetta, ci ho messo un po’ a convincermi che il Galles e la Scozia avessero diritto a un loro campionato e non fossero regioni, ma nazioni del Regno Unito.

E poi c’è il punto di vista degli uomini. Quelli a cui il calcio non interessa, quelli che ti dicono che non guardano le partite, poi però li ritrovi che smanettano sui portali russi per vedere in streaming il Milan.

Non appena capiscono che ne sai fortuitamente qualcosa, ti sfidano all’improvviso.
“Cos’è il fuorigioco?”
“Quando un giocatore lancia la palla verso la porta avversaria e in quel momento uno della sua squadra è oltre la linea difensiva degli avversari”. “Sono colpito” mi sono sentita dire una volta e poi “e se lui tira la palla e l’altro corre oltre la linea difensiva?”

“No, ma che c’entra?”.
Ti mettono alla prova i bastardi, dicono cose a caso per vedere se stai bluffando, ma è fuori discussione che loro non vogliano che noi ne sappiamo di calcio: è una fonte di rassicurazione più grande il fatto che non ne sappiamo proprio nulla.
Il calcio è roba da maschi, non dobbiamo immischiarci. È roba loro, cameretta loro, già rompiamo tanto le palle, non lasciamo spazi, siamo presenti, pressanti, invadenti, almeno questo no.
È come se ci implorassero, “ti prego lasciamelo”.
Per questo per me mentre guardo una partita Candreva sarà sempre Cadrega e Payet Paielletes, per dare modo al mio fidanzato di guardarmi con un sorriso e pensare “che tenerezza, non ce la fa proprio”.

È sempre per un uomo.

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