Bad choices

Cercando una foto mi sono imbattuta in questa, che mi ha congelato per un secondo in più.

Bad choices make good stories, dice la giacca della ragazza: le cattive scelte producono buone storie.

In questo periodo mi sono trovata in mezzo a un po’ di casini. Casini che non mi vedono protagonista, ma mi coinvolgono in modo tangenziale, che è il motivo per il quale mi ci sono ritrovata in mezzo nonostante la mia notoria volontà di non far parte di cose che non mi riguardano. I suddetti casini, che non raccontiamo, hanno fatto sì che uno dei coinvolti mi dicesse: “ecco materiale per il tuo nuovo libro”.

Ma dato che la realtà spesso supera la fantasia, la mia risposta è stata che no, non avrei potuto farlo, anche perché quando si è in mezzo a storie che mettono in campo i sentimenti altrui, bisogna rispettarli il più possibile: se c’è anche solo una persona innocente che può soffrirne, il nostro dovere è fare un passo indietro.

Nel cercare di dipanare cosa muova l’essere umano e lo spinga a mettersi volontariamente in situazioni di pericolo, m’imbatto dunque in questa foto, che dice tutto.

Sono una persona che tende naturalmente al bene. Non mi è mai piaciuto mettermi nei guai. Ho sempre saputo cosa voleva dire infilarsi in una storia sbagliata, ho fatto leva su tutte le mie capacità per risparmiarmi fin dall’inizio percorsi già scritti, ho raccolto le mie energie per convincermi che non dovevo fare cazzate, e devo dire che fino a oggi sono stata abbastanza coerente.

Abbastanza.

Perché di cazzate ne ho fatte anche io. Sapendo sempre, sempre, che quella era una bad choice. Ma vogliamo mettere l’entusiasmo, la passione, la libertà di poter dire “me ne fotto, è quello che voglio ora”?

Ma quando ci sono di mezzo gli altri le cose si complicano. Perché se si entra in un mondo parallelo, dove gli altri non ci sono più, si finisce per convincersi che è tutto giusto, normale, possibile e, errore più grande, gestibile.
Anche se crediamo, nel nostro totale egocentrismo, di poter tenere gli altri fuori dalle nostre scelte, di poterli “proteggere” dai nostri errori, di poter gestire le nostre decisioni, di poter eventualmente mentire, mascherare, nascondere, sistemare, chiudere, la vita ci insegna ogni volta che non può essere così.

Perché non abbiamo e non potremo mai avere il potere di decidere anche per gli altri. Non per i nostri compagni, non per i nostri figli, amici, nemici. E la strada che disegniamo convinti di poter definire ogni curva, può venire attraversata in ogni momento proprio da quelli che non volevamo coinvolgere e che vengono, inevitabilmente, investiti.
Perché quelli che si ritrovano su strade disegnate da altri di solito ci piombano improvvisamente.

Le cattive scelte si chiamano così per un motivo e raramente si manifestano come tali solo in un secondo momento: si sa dal primo istante dove ci si sta infilando e chi finge che non sia così mente.

Prendiamo l’esempio del tradimento.
La speranza sottile che gli altri non si accorgano mai delle nostre scelte è forse l’unico motore che ci muove: se avessimo garanzia che le nostre azioni verranno scoperte, e conoscendone perfettamente già da prima le conseguenze, non muoveremmo un dito.

Eppure il desiderio è troppo forte. La voglia di nuovo, sconosciuto, oppure conosciuto e già amato, ci trascina in relazioni confuse, torbide, letterarie, cariche di quel romanticismo alla sturm und drang che ci fa sentire così vivi e assetati (di nuovo) di emozioni.

Finché il gioco non si infrange. Finché qualcuno non cade. Finché quella prima inconsistente bad choice non si presenta improvvisamente in tutta la sua indiscutibile potenza: e combina un casino indicibile. Una tragedia per chi la vive e una storia avvincente per chi la ascolta. Ma davvero, chi ha voglia di nutrirsi di storie i cui protagonisti inanellano solo scelte sbagliate?
Si sapeva tutto dall’inizio. Non c’è fascino, solo osservazione.

Ricordo nitidamente tutti i momenti in cui ho fatto un passo verso una bad choice. Sono chiodi che si conficcano nella memoria. Lasciano tracce indelebili lungo il loro percorso e ti rigettano prima o poi, come un organo inserito nell’organismo sbagliato, senza pietà, né comprensione.

Ci vuole una grande forza interiore per non cedere alle lusinghe di queste scelte, un allenamento feroce alle vita, perché si presentano sotto le forme più attraenti: spesso sono liberatorie, accessibili e comode.

Hanno forme diverse, come i lavori sbagliati, gli amori sballati, le dipendenze.
Costruiscono intorno a sé dei microcosmi perfetti nella loro costante imperfezione. Sono luoghi della fatica in cui ci si illude, al contrario, di rilassarsi, gratificarsi, sorprendersi.

Non c’è medicina che ci guarisca e preservi da questa illusione.
E questo discorso vale per le vittime e per i carnefici, per chi sbaglia e per chi subisce, per chi nasconde e per chi scopre.

C’è solo un modo di agire: fare le scelte giuste.
Quelle che di solito ci piace dire che avremmo voluto saper riconoscere, non ricordandoci che erano lì chiare e tonde perché si manifestano nello stesso momento in cui ci rendiamo conto di star per fare una scelta sbagliata.
Là, in quell’esatto punto del tempo.

Essere indulgenti con se stessi porta a una forma di narcisismo in cui il mondo ha solo un protagonista: noi.
Ma non è così.
Good choices make good stories.

Fate le scelte giuste, e loro costruiranno la vostra storia.
Quella che vale la pena di raccontare.

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