Wild Wild Sheela

Come nasce un’ossessione?

In questo caso specifico, è tutto legato alla ricerca frenetica della verità.
Perché quando qualcosa ti cade addosso così all’improvviso, un po’ come è accaduto alla piccola comunità di Antelope, Oregon, sulla quale atterrò da un pianeta lontano l’intera comune di Rajneeshpuram, la sensazione è che niente sia quello che sembra.
La faccenda ha un che di ipnotico, delirante, inquietante, colmo di parallelismi e ossessioni inspiegabili, gli stessi che prendono lo spettatore nel momento in cui inizia a guardare Wild Wild Country.

Da dove arriva questa storia? Quanti anni avevamo allora? Perché non ne sapevamo niente? Chi ce l’ha nascosta? Chi è questa donna? E quella? E quell’altro ora dov’è? E Osho ci è o ci fa?

Ma partiamo dall’inizio.

Il 16 marzo 2018 Netflix pubblica sulla sua piattaforma un documentario: Wild Wild Country. A dire il vero un titolo poco attraente, una locandina non particolarmente entusiasmante, niente che invogli realmente alla selezione tra i tanti titoli proposti. Se non un passaparola: guardalo.
Guarda il documentario su Osho.
Perché la gente lo chiama semplicemente il documentario su Osho.
E non sia un azzardo dirvi che poi nulla sarà più lo stesso.

E non perché Osho vi avrà insegnato il significato della vita. Anche perché Wild Wild Country non è affatto un documentario su Osho.
Chi sta leggendo questo libro lo ha certamente visto. Ed è arrivato qui cercando informazioni, volendo scoprire qualcosa in più, qualsiasi cosa per proiettarsi di nuovo in mezzo a quegli abitanti di rosso e rosa vestiti.
Non rischiamo dunque lo spoiler nel sintetizzare così la faccenda:

È il 1981 quando il guru indiano Bhagwan Shree Rajneesh (oggi noto a tutti come Osho), decide di spostare la sua comune da Pune – India, incaricando la sua segretaria della ricerca di un luogo atto a diventare una nuova città ideale e contenere gli adepti in arrivo da tutto il mondo. Eppure Ma Yoga Laxmi non sembra avere molto successo e il suo posto viene presto preso da Ma Anand Sheela, che parte alla ricerca individuando un terreno agricolo di 260 chilometri quadrati in Oregon.

Inizia la costruzione di una vera e propria città, Rajneehpuram (la città fortificata di Rajneesh), con tanto di case, discoteca, banca, centro estetico, laboratorio informatico, ospedale, bar e aeroporto. E sono gli stessi sannyasin a costruirla, con le loro mani, giorno dopo giorno, senza tregua.
Un terreno desertico viene portato a nuova vita, reso fertile e ripopolato di fauna.
Nonostante questo, i sannyasin, liberi pensatori, non sono proprio i vicini ideali dei quaranta abitanti della piccola comunità di Antelope, cittadina già di suo poco propensa ad accettare elementi “esterni”.
Le tensioni tra vicini crescono rapidamente, al punto da arrivare alle minacce violente. Gli abitanti di Antelope impugnano prima la politica e poi le armi.
E Ma Anand Sheela, portavoce di un Osho votato al silenzio, non resta a guardare: anche i sannyasin impugneranno politica e armi in nome della loro libertà e inizieranno una guerra neanche troppo fredda che si allargherà all’intera Contea.
In un tira e molla di colpi di scena, le due comunità si sfideranno fino a un punto di non ritorno, quello in cui si iniziano a pianificare omicidi di massa e attentati molto specifici. Il tutto senza contare strategie e intercettazioni degne della CIA, e l’arrivo alla comune di duemila senza tetto utilizzati per puri fini elettorali. Bunker segreti, laboratori per il bio-terrorismo, omicidi pianificati con gelida determinazione, porteranno Sheela e una quindicina di assistenti alla fuga, evento che coglie l’intera comunità di sorpresa e porta lo stesso Rajneesh a interrompere il suo silenzio, per denunciarla come artefice di un piano diabolico.
Oltretutto, dettaglio di poco conto, mancano quasi 50 milioni di dollari.
L’FBI, da tempo interessata alla comune, entra finalmente nel ranch dalla porta principale alla ricerca di prove su quanto denunciato da Osho, che in realtà è un obiettivo ben più succoso di Sheela. Il guru non si rende conto che per salvare sé stesso si è appena incastrato in un dedalo di indagini che lo porteranno alla fuga e all’arresto mentre tenta di volare verso le Bermuda. Osho patteggerà un rimborso dichiarandosi colpevole di reati minori e verrà bandito dagli Stati Uniti D’America nel dicembre del 1985.
Rajneespuram smette di esistere con la partenza del suo guru, mentre gli ultimi rimasti iniziano a mandare via i seguaci e a gestire la vendita della proprietà.
Osho, rifiutato da molti Paesi, dovrà poi rientrare in India dove tornerà alla guida dell’Ashram di Pune nel 1987. Morirà nel 1990 a soli 58 anni.
Sheela, scontata la pena, finirà per vivere nella neutrale Svizzera, dove oggi gestisce due centri per anziani.

Ai titoli di coda si resta inebetiti.
Orfani.
Quanto è colpevole Sheela? Quanto è colpevole Bhagwan? E gli altri?
Quanto sono stati irretiti e quanto erano semplicemente folli?
Chi ha iniziato? Chi è peggio? I bigotti dell’Oregon o i senza legge e “senza Dio” della setta? Ma soprattutto, io ho un libro di Osho in casa?
Si inizia a digitare ossessivamente su google alla ricerca di un sollievo che non può arrivare.
Scrivere della questione è difficile.
Perché le emozioni che trasmette la serie non sono catalogabili.

Da una parte c’è la proiezione temporale, perché un grande pregio che ha questo documentario, è che, appunto, documenta.

I rajneeshees, o sannyasin, riprendevano tutto ossessivamente. Al confronto la Ferragni e Fedez sono dei dilettanti, soprattutto se consideriamo che in Wild Wild Country si è immersi nei primi anni Ottanta e proprio per questo molti di noi ne escono pervasi dalla madeleine proustiana. Rivedendo e riassaporando attraverso le immagini ingiallite la propria intera infanzia e giovinezza, il valore di quella nostalgia sembra superare e coprire l’orrore della storia che si sta ascoltando.

Che poi, orrore?
Come ci saremmo comportati noi se fossimo stati lì e, soprattutto, ci saremmo accorti di qualcosa?
La particolarità di questo documentario è che ci costringe ad assistere al racconto in un’altalena di giudizio inarrestabile, seguendo fatti che, se ci pensiamo bene, non si allontanano molto da una diatriba alla Forum.
In fondo tutto è nato per problemi di vicinato, no?
Oggi non sarebbe la stessa cosa?
La nostra posizione sta esattamente là dove ci sentiamo più chiamati in causa. Noi, dei due, chi siamo?
Io me la immagino una cosa del genere:

Cos’è questo strano movimento di valigie nel condominio?
Niente, amici miei che mi vengono a trovare.
Hai fatto l’Airbnb nel palazzo? Non puoi.
E io me ne sbatto.
E io ti blocco la porta, stronzo che non paghi le tasse.
E allora io ti metto il topo morto sullo zerbino e vediamo se il tuo cane di merda non si prende la setticemia.
Mi hai quasi ammazzato il cane, razza di stronzo, adesso chiamo la polizia.
Provaci e vediamo chi chiama chi, troglodita bigotto che non capisce la sharing economy (i Rajneeshees sono la sharing economy).
Ti faccio rubare in casa sei volte da mio cugino così te ne vai per disperazione.
Meno tuo cugino.
Chiamo l’altro cugino che è assessore in Comune.
Ah, ma allora devo ammazzarti (ucciderne uno per educarne 100).
Oh, mi hai quasi ammazzato!
Eh. Ma perché tu non mi hai lasciato vivere in pace.

Ecco, la difficoltà sta un po’ qua: nel capire noi con chi stiamo? Noi chi siamo?
Che è un po’ il tema su cui si basa tutta la ricerca interiore delle filosofie e religioni orientali, no?
Al termine del documentario vogliamo risposte su tutto: su loro, su noi.
E iniziamo a cercare e approfondire come neanche quando abbiamo scritto la tesi (anche perché la tesi dovevamo farla per forza, mentre questa è un’urgenza che parte da dentro).

Bene, il lavoro l’ho fatto io per voi. Ho scartabellato siti e articoli in tutte le lingue, letto e riletto atti del processo, cercato libri e interviste e riviste del tempo per darvi almeno altre cento cose su cui riflettere.

E il bello è che so che non saranno abbastanza.

Le trovate qui.

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